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martedì, 20 marzo 2007

la Fiamma e la Celtica

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Ho appena terminato la lettura di questo bel libro al quale mi ero avvicinato dopo averne sentito parlare con accenti entusiastici da parte di alcuni giovani camerati, e quindi senza pregiudizi. Non mi e’ piaciuto.
Lo dico subito con la mia abituale franchezza. Naturalmente nessun intento polemico nei confronti dell’autore. Credo Nicola Rao, che non conosco, sia un ottimo giornalista e anche, a giudicare da questo libro, un ottimo scrittore. Con piglio giornalistico, intervistando testimoni e protagonisti ha tentato un’impresa che non poteva riuscire. Con eccezionale bravura di cronista è riuscito a descrivere alcuni fatti di cui è stato testimone oculare. Ha comunicato emozioni profonde quando ha fatto la cronaca del funerale di Peppe Dimitri e descrivendo tanti altri momenti per i quali fa sentire che sono “ carne della sua carne”. E’ veramente un peccato che invece abbia fallito nel tentativo di ricostruire la storia del Fascismo dopo Mussolini.E’ certamente apprezzabile il volonteroso tentativo ma , per il rispetto che devo a me stesso e soprattutto ai tanti camerati che non ci sono piu’, non posso non denunciare le troppe inesattezze e dimenticanze che tolgono a questo libro ogni valore dal punto di vista storico soprattutto perche’, oltre alla distorsione di fatti precisi, non riesce a ritrasmettere, a far rivivere lo spirito, l’atmosfera, l’umanita’ che hanno caratterizzato il mondo e le ragioni dei fascisti dal 1943 ai giorni nostri.Le piu’ gravi lacune naturalmente riguardano gli anni che non ha potuto vivere e conoscere direttamente, il periodo importantissimo dei trenta anni che vanno dal 1943 al 1973 Naturalmente la colpa di questo, ammesso si possa considerare una colpa, non e’ sua.Credo la si possa ripartire fra i tanti testimoni intervistati da Rao (probabilmente colpiti da amnesie) lasciandone la parte maggiore ad Arturo Michelini ( per un refuso era venuto scritto Nichelini…e sono stato in dubbio se correggere) che, per risparmiare qualche lira, quando ci fu il trasloco da corso Vitt.E 24 a via 4 fontane fece praticamente distruggere la maggior parte dei documenti e delle carte che sarebbero servite a una migliore ricostruzione della storia del MSI.Oltre a questo Nichelini, fra i tanti suoi meriti, non aveva certo quello di una eccessiva cultura e questo lo indusse a trascurare ogni suggerimento che gli veniva dato circa la necessita’ che almeno qualcuno si impegnasse sul piano culturale anche a tutelare la memoria delle origini.Adalberto Baldoni, che a differenza del fratello Romolo ( splendido attivista), era particolarmente portato a scrivere e studiare potrebbe testimoniare, se lo ricorda, di quanta ostilita’ trovassero i miei tentativi di fargli dare una mano, nonostante in quel periodo godessi di una certa autorità nel Partito essendo il Seg.Naz. del Ragg.Giov. SS.LL, incarico in cui poi fui sostituito da Angelo Nicosia.Purtroppo lo spazio di cui dispongo non consente di approfondire questo dibattito, e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno di creare un’occasione di lavoro in cui poterci confrontare e rivolgerci in noi stessi senza polemiche ma con spirito ricostruttivo e di chiarimento.Cercherò di rendere piu’ facilmente comprensibile il mio punto di vista con alcuni esempi: Avere dimenticato fra i presenti alla gestazione e alla nascita del MSI il mio nome non e’ certo cosa grave, anzi, forse e’ addirittura giusto dato che io ero un ragazzo presente solo perche’ in compagnia di mio padre. Avere dimenticato lui, il mitico comandante della GNR a Roma fino al giorno dell’entrata degli americani e poi a Torino fino al 27 aprile del 1945 puo’ ancora passare per una semplice dimenticanza ma e’, non dico grave ma certamente antistorico, aver dimenticato figure di primaria importanza come per esempio Vittoria Nunzi e il generale Gatteschi, comandante in capo delle eroiche “ Ausiliarie” della RSI, per citare due donne o Pierfrancesco Nistri e lo stesso Olo Nunzi citato solo fra i componenti del “senato clandestino” mentre chi ha frequentato le prime riunioni in piazza del popolo nell’elegante abitazione del Conte Mario Vaselli non puo’ non ricordare la lucidità, la cultura con cui quest’uomo dette un contributo insostituibile alla nascita di quello che sarebbe diventato il MSI.
Altro esempio: puo’ rappresentare una ricostruzione obiettiva della storia della destra fascista aver dedicato il piu’ bel capitolo del libro al funerale del camerata Dimitri( episodio certamente emblematico e importante) e non aver trovato il modo per fare almeno un cenno alle due piu’ grandi manifestazioni di popolo fascista ( sia pure senza ministri)nella Roma “liberata” e cioè i funerali del Maresciallo Graziani e di Renato Ricci?
E ancora, io ho una grande stima per il camerata Paolo Signorelli che ammiro al di la’ di certe sue opinioni che non condivido e la storia di Paolo e’ cosi importante che non ha bisogno di elogi o riconoscimenti di nessun tipo. E’ tuttavia un falso storico affermare, come e’ detto nel libro, che Paolo era il leader degli studenti universitari romani. In quegli anni, chi c’era puo’ testimoniare che leader romano del FUAN era Giulio Caradonna che insieme a Giulio Ricci ( i due Giulietti li chiamava mio padre) a Ficarelli e tanti altri si erano stretti intorno al giornale “La Caravella”che veniva creato proprio in quegli uffici di via Lazio ( con vista dalla finestra su via Veneto ) che era l’uffico di Olo Nunzi, ufficio in cui ricordo il giorno in cui si presentò Ernesto De Marzio a chiedere se poteva avere la tessera del MSI.
Certo, aver citato per 62 volte il nome di Pino Rauti potrebbe essere giustificato dal fatto che questo megalomane , che il mio amico Tomaso Staiti chiama giustamente “ Il pittore delle capocchie di spillo” e’ certamente, insieme a Gianfranco Fini colui che ha determinato i maggiori disastri per il Fascismo dopo il 25 aprile del 1945.
Mi pare dunque poter dimostrare come da questo libro non si possa avere un’idea di cosa sia stata la storia “ dal fascio alla fiamma, alla celtica”, anzi.
Se ne ricava un’immagine falsa e distorta, ancora come esempio, anche dal fatto che Delle Chiaie sia citato piu’ volte di Enzo Erra e di Pino Romualdi. Con tutta la simpatia che si puo’ avere per Stefano, mi pare che rispetto a questi due protagonisti, la sua storia non possa che occupare un posto di secondo piano.
Chiaramente si potrebbe continuare fino a riscrivere un altro libro ma non e’ questa la mia intenzione e non lo riterrei nemmeno utile.
Quello che invece mi pare necessario sarebbe la possibilità che qualcuno avesse la forza e la capacita’ di riunire per un seminario di studi tutte le persone disponibili e disposte a dare il proprio contributo per confrontarsi e riscrivere insieme, a futura memoria, la storia dell’epopea di cui,ciascuno per la sua parte, siamo stati testimoni e protagonisti.
Potrebbe essere utilissimo anche al fine di riallacciare le fila disperse in mille rivoli e ricostruire una piattaforma anche politica che nel futuro possa continuare a tenere alta la bandiera delle nostre idee in modo che non sia stato versato invano il sangue di coloro che per l’Idea fascista hanno dato la vita.
Confesso che, alla fine della lettura di questo bel libro per il quale si deve dare atto all’autore del grande impegno con cui lo ha realizzato mi sono tuttavia sentito come mi era capitato davanti a uno di questi grandi ” puzzle” dopo che una mano dispettosa si fosse divertita a mischiarne tutti gli elementi.
Ho pensato al caos che regna fra le macerie di quello che e’ stato per tutta la vita il mio mondo, e mi sono cascate le braccia. Ho avuto la sensazione fisica che non ci fosse piu’ niente da fare.
In questi giorni tuttavia ho conosciuto degli splendidi ragazzi, quelli di “Casa Pound” e mi e’ parso, per merito loro, di intravedere una piccola luce in fondo al tunnel.
E la speranza e’ rinata.

tratto da laDestra


postato da: ORGOGLIOdelLUPO alle ore 20:25 | link | commenti (12)
categorie: anni 70, la fiamma e la celtica, nicola rao

donne di Salò

Ho avuto modo di leggere un libro di Munzi:"Donne di Salò" in cui alcune ausiliarie superstiti raccontano la loro esperienza, le emozioni di allora e quelle che provoca ancora in loro il ricordo e devo dire che mi sono commossa nel leggere del coraggio di queste donne disposte anche a perdere la vita per la causa, perchè avevano capito che era in gioco il futuro di tutti, che si stava costruendo il futuro di tutti, non solo degli uomini, e si sono affermate come protagoniste di una storia che troppo spesso non gli riconosce il giusto onore e il giusto ricordo per come invece meriterebbero!
Un punto di vista diverso dal solito obsoleto approccio che merita attenzione al di la di ogni convinzione ideologica!
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Racconta Alda Paoletti: “ (…) Nel Maggio del 1945 si trucidava calpestando le leggi della coscienza. Comprendere sarebbe un torto nei confronti di chi è morto. L’odio è come incrostato sulla mia anima ed è un odio doveroso e nitido come un ghiacciolo d’alta montagna. L’8 maggio sono stata a Ponte Greggio, a Vercelli, dove i nostri soldati, tra cui ce n’erano due del mio battaglione, furono pestati selvaggiamente e poi buttati di sotto. Ponte Greggio è un luogo d’infamia. Furono trovati, lungo la statale, frammenti di calotta cranica come se avessero schiacciato meloni, pezzi di braccia e gambe. E contro la diga del canale Cavour erano ammassati tutti quei giovani corpi in decomposizione. Il sindaco disse: “Pago se me li buttate di là della diga. Che finiscano nel Po, che finiscano nel Ticino … che scompaiano al più presto”. Le mamme non hanno potuto piangere sui resti dei loro figli perché furono come rapiti dalla natura. Poi, i partigiani si vantarono dello scempio. Per loro era una vittoria …” ed ancora: “(…) al mio reparto non si trturavano partigiani. Si ammazzavano in combattimento. Solo una volta, dopo una sparatoria, il comandante si sfogò su due uomini… gli si fece il vuoto intorno. Io voglio distinguere tra la ferocia di un individuo e la ferocia di un sistema. Non nego che ci sia stato chi ha sfogato istinti bestiali approfittando della guerra civile. E se mi vengono a dire che è accaduto anche tra le nostre fila, ci credo. Ma non c’è paragone con l’esercizio metodico della ferocia. Il 18 aprile avevo visto disteso su un materasso il mio amico Nadir dell’Ongaro. Il sangue gli usciva dalla bocca. Era un ragazzo d’oro, allegro, buono. A prima vista era stato ferito a un polmone. La guerra è fatta così, non sa se i soldati che stritola sono bravi figlioli. Però quando sollevai la testa di Nadir, m’accorsi che gli avevano fracassato il cranio con gli scarponi dopo che era stato colpito dalla pallottola. Nadir era già a terra (…).
Elsa Ravelli racconta: …”noi non giuravamo fdeltà a Mussolini, ma all’Italia. Fedeltà alla patria, grossa parola ai miei tempi. Non credo che assomigli, scusatemi, alla patria di oggi. Forse, voi direte grazie al cielo. Io non posso dirlo. Non so nemmeno cosa immaginiate quando si dice patria. Vedete, la nostra patria era una cosa che portavi dentro. Non stava nel cervello che ragiona, spezzetta, esamina, invigliacchisce. Semmai stava nel sangue. Una cosa che non era sempre luminosa, ma si accendeva quando la storia, grossa parola anche questa, lo chiedeva. A me e a tante altre ragazze come me la storia lo ha chiesto. E siamo partite …”
Anna Fabrini parlando del fascismo : “ (…) Riscattò le donne che non erano più rintanate in cucine e tinelli a lavare piatti sporchi. Molte lavoravano, erano impiegate, operaie, studentesse universitarie. Il Duce commise un solo errore: non ammazzò tutti gli antifascisti quando era ancora in tempo. Loro non l’hanno risparmiato…”
Donatella Gila: “ (…) Il mio fervore sentimentale coinvolgeva la patria, Mussolini, la nostra italianità. Tutto era entusiasmo, tutto era nella stessa fiammata, dal sesso al fascismo, dal fascismo al sesso. Non era un sacrificio portare la camicia nera, non era una specie di cintura di castità per il mio cervello. I sacrifici, semmai, li faccio oggi quando debbo stare zitta davanti a tanta melma… i miei nipoti mi domandano perché agimmo in quel modo. Io rispondo : volevamo guardarci allo specchio senza sputarci addosso.”
Fiamma Morini: “ (…) Non si poteva mollare tutto. Nel 1945, inoltre, ci ammazzavano come cani, noi della RSI. Fino allora s’era fatto ogni sforzo per salvare l’onore. La mia anima piangeva per la sconfitta, ma era bianca(…) Ogni sforzo per salvare l’onore. Nessuno, oggi, deve sorridere o storcere il naso. E che non lo facciano soprattutto le donne. L’onore è il vero nucleo spirituale della nostra esistenza. Senza l’onore si è soltanto un’entità biologica (…)”

tratto da NERACOMELAPECE

postato da: ORGOGLIOdelLUPO alle ore 10:30 | link | commenti (3)
categorie: rsi , donne di salò, ulderico munzi, saf
lunedì, 19 marzo 2007

nasce libro e moschetto

Questo blog nasce per pubblicare i libri NON CONFORMI.

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postato da: ORGOGLIOdelLUPO alle ore 21:05 | link | commenti (1)
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